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MARIO MERZ E LA POETICA DEI SUOI IGLOOS

Siamo sinceri, non abbiamo mai pensato che l’Igloo potesse essere il nostro tipo di casa perfetto.

E ancora ne siamo convinti.

Ma dopo aver visto la mostra sugli Igloos di Mario Merz ci piacerebbe di sicuro averne almeno uno da esporre come arredo.

Ma tralasciando il fatto che per poterne fare entrare uno in casa ci vorrebbe di fatto un soggiorno enorme e dal punto di vista economico sarebbe alquanto difficile permettersene uno originale, ci accontentiamo di sapere qualcosa di più sull’artista in questione e su questo suo modo super originale di esprimersi.

Mario Merz

Mario Merz nasce a Milano nel 1925 e la sua attività artistica parte intorno agli anni ’40, quando lui ha più o meno 15 anni.

Nonostante sia nato a Milano cresce a Torino e lì intraprende gli studi di medicina lasciandoli poco dopo per aderire al gruppo antifascista Giustizia e Libertà.

A causa di questo suo impegno politico viene condannato ad un anno di carcere e durante quel periodo conosce il critico Luciano Pistoi che gli sarà di fondamentale aiuto all’inizio del suo percorso da artista.

In carcere nascono i suoi primi disegni, in particolare quelli famosi per il fatto di non sollevare mai la matita dalla carta.

Non vi ricorda un po’ la storia di Alberto Burri?? Anche lui comincia ad approcciarsi all’arte in carcere e anche lui studia da autodidatta.

Uscito dalla prigionia Merz è sempre più a contatto con la natura e infatti questa diventa il soggetto principale di molti suoi lavori.

Nel 1954 lo vediamo alla sua prima mostra personale a Torino e qui i suoi lavori sono molto vicini all’Informale e all’Espressionismo astratto.

Negli anni ’60 cominciano a vedersi i suoi primi lavori tridimensionali che lui stesso definisce “strutture aggettanti“, perlopiù tele da cui fuoriescono cubi, piramidi e neon.

Da qui in avanti Mario Marz studia sempre di più la tridimensionalità delle sue opere e lo fa trapassando neon anche in oggetti di uso comune per arrivare alla completa smaterializzazione dell’oggetto attraverso l’energia della luce.

Merz proprio in questi anni e proprio grazie a questo tipo di opere viene inserito all’interno del gruppo, coniato da Celant, dell’Arte Povera.

Si arriva così al 1968, anno in cui Merz crea il suo primo Igloo con l’intento di occupare uno spazio indipendente e allo stesso tempo con quello di porsi in relazione con esso.

E’ con l’Igloo di Giap, in cui lo spettatore è costretto a girare intono all’opera per poter leggere la frase scritta con i tubi al neon che recita: “Se il nemico si concentra perde terreno se si disperde forza Giap”, che l’artista comincia a sviluppare questa forma e lo farà per tutta la sua carriera.

Gli Igloos

Come abbiamo già accennato gli Igloos di Merz sono una delle parti più significative della sua vita ed è stata quella che ha incessantemente indagato per più di 40 anni.

Ogni Igloo è diverso dall’altro ed è il risultato di un assemblaggio di materiali ed elementi diversi che vanno a “vestire” la struttura in metallo che spesso fa da scheletro.

L’ Igloo quindi, diventa metafora dello spazio abitato dall’uomo e i significati che esprime evolvono e cambiano di opera in opera, essendo a volte anche contrastanti.

Se infatti da una parte ha la funzione di delimitare uno spazio, un luogo; dall’altro si mette in contatto con questo trasformandosi in una metafora della condizione dell’uomo di abitare il mondo esterno.

In un periodo in cui l’innovazione tecnologica era sulla bocca di tutti, questi stessi elementi moderni vengono inclusi nell’opera, e magari accostati ad altri elementi di tipo naturale, tanto cari all’artista.

Come ad esempio in questo Igloo, in cui la portiera di una macchina viene fissata da morsetti alla struttura semicircolare in metallo.

Elementi e materia si trasformano in una visione poetica dove la parola evoca un messaggio e dove contemporaneo ed arcaico convivono in una perfetta armonia al di fuori del tempo.

In sostanza l’ Igloo di Merz si configura come una struttura semplice, primordiale dialoga con l’opposto, ovvero con la complessità del contesto sociale e della vita della metà del Novecento.

Ci siamo lasciati incantare da ogni igloos e ci siamo fatti trasportare dalle emozioni che ognuno di loro ci trasferiva, e credeteci, non sono state poche.

Sì perchè, se gli Igloos con i vetri trasmettono sensazioni di trasparenza e contatto diretto tra interno ed esterno, suggerivano anche un grande senso di fragilità.

E ancora, se gli igloos fatti con le pietre o il granito, da un lato ci davano un senso di sicurezza e stabilità, dall’altro ci riempivano di angoscia, la stessa che provi quando sei rinchiuso.

Curiosità sul restauro di un Igloo

Abbiamo deciso di fare questo piccolo paragrafo sul restauro per due motivi.

  1. Far conoscere qualcosa che di solito alle mostre non viene mai detto
  2. Far capire che a volte il restauro, soprattutto in opere contemporanee, è una sorta di compromesso tra conservazione dei materiali e salvaguardia del messaggio artistico.

Quindi vediamo cosa è successo all’Igloo di Giap!

Questo Igloo del 1968 è stato spesso esposto nelle sale o prestato, nonostante l’opera non fosse concepita per essere smontata e rimontata frequentemente.

Alla fine degli anni ottanta i sacchi di plastica originali erano alquanto deteriorati e per questo sono stati sostituiti con sacchi di polyane più spessi.

Precisiamo il fatto che Merz dava il permesso di sostituire i materiali delle proprie opere.

Col tempo però anche i nuovi sacchi hanno subito strappi e non hanno resistito al calore provocato dalla luce del neon.

In occasione del riallestimento del Museo d’Arte Moderna di Parigi, avvenuto nel 2011, l’opera viene restaurata al fine di rimetterla all’interno del percorso espositivo.

Lo stato di conservazione era mediocre. Per quanto riguarda i sacchetti di plastica pieni di argilla che poggiavano sulla struttura in ferro (erano 440 circa), alcuni erano rotti, alcuni erano opacizzati e l’argilla al loro interno era conservata in maniera diversa da sacchetto a sacchetto.

L’opera inoltre, aveva subito delle modifiche nel corso del tempo, infatti alcuni sacchetti di argilla erano stati sostituiti.

Però molto spesso le aziende, nel corso del tempo, cambiano il tipo di confezione e quindi risultava che la plastica dei sacchetti nuovi era esteticamente e chimicamente diversa da quella degli originali.

In questi casi, se l’artista è ancora in vita, si cerca di contattarlo per studiare insieme come è meglio agire.

Nell’arte contemporanea infatti è molto più importante il messaggio e il concetto che l’autore vuole esprimere piuttosto che la materia stessa dell’opera.

Quindi può capitare di trovarsi artisti, come Merz, che permettono la sostituzione di parti, altri invece che non vogliono assolutamente questa procedura e preferiscono lasciare l’opera in decadenza piuttosto che trovarsi con un’opera nuova che non esprime più la sua essenza originale (e trovarsi a volte a non riconoscere più l’opera abbassandone completamente il suo valore economico).

Nell’anno in cui fu effettuato il restauro Mario Merz era morto e la restauratrice ha dovuto contattare la figlia e la Collezione Mario Merz per avere più informazioni.

La restauratrice però ad un certo punto si trovò in grande difficoltà.

L’opera era stata esposta alla galleria di Roma nel 1968 e i panetti di argilla erano rettangolari e avvolti nella pellicola trasparente che aderiva perfettamente alla terra e ne seguiva la forma (prima e seconda foto). In più erano di dimensioni molto maggiori rispetto a quelli della mostra di Torino, avvenuta immediatamente dopo, nello stesso anno (terza foto, non dell’epoca ma è per farvi vedere la differenza).

Nel 1970, a Torino, l’Igloo di Giap è ricoperto da grandi lastre di argilla che all’inizio sicuramente stavano bene ed erano fresche, ma dalle foto di archivio, fatte dopo qualche tempo, la terra si era seccata e staccata dal suo supporto.

Lo stesso accadde a Roma nel 1972/73.

Inoltre, le foto successive al 1982 rivelano un progressivo spostamento della scritta al neon verso la parte inferiore ( terza foto, l’ultima di quelle sopra).

Come abbiamo detto prima, Merz dava il permesso di sostituire i materiali delle proprie opere ma qui si poneva un altro problema.

A quale foto bisognava fare riferimento per poter compiere un intervento di restauro che rispettasse “l’aspetto originale” dell’Igloo di Giap??

Bisognava partire da quelle del 68, da quella del 70 o da quella dei giorni nostri??

L’artista, dando il permesso di sostituire parti delle sue opere nel caso queste si rompessero o si danneggiassero, è come se permettesse di creare un’opera nuova ogni volta che si fa una sostituzione.

E quindi il restauratore si trova in grande difficoltà perchè nel caso la sostituzione fosse stata fatta in modo molto diverso rispetto al resto dell’opera o addirittura con materiali differenti, quella sostituzione si dovrebbe considerare parte dell’originale e andarla a sostituire nuovamente con materiali più adatti vorrebbe dire “togliere” una parte dell’opera stessa.

Fatto sta che l’intervento è stato quello di ammorbidire i panetti di argilla che si erano seccati, di attaccare i pezzi che si erano rotti e rimontare l’opera così come era arrivata al museo, ovvero come si vedeva nell’ultima foto dell’82.

Durante questo restauro si sono fatti studi su diversi tipi di sacchetti di plastica per vedere quello più adatto a resistere al calore provocato dalla luce del neon.

Inoltre, per le nuove norme di sicurezza, si è dovuto sostituire l’intero sistema dei cavi e introdurre dei nuovi trasformatori muniti di un sistema elettronico che misurava la corrente di ogni tubo al neon.

La restauratrice a fine lavori ammise di non essere soddisfatta e si rese conto che l’intervento aveva fatto diminuire il valore dell’opera ma quello che era stato fatto era il massimo che si poteva fare.

L’Igloo di Giap esposto all’HangarBicocca di Milano è una variante del primo Igloo realizzato dall’artista e qui ha un ulteriore aspetto, con l’argilla messa a nudo e non incorporata in sacchetti di plastica.

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