Com'è fatto, Restauro
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COM’ E’ FATTA UNA TAVOLA DIPINTA

Non sappiamo se vi è mai capitato ma forse, girando nei corridoi di una pinacoteca, vi potreste essere chiesti: “ma, com’è fatta quest’opera?”.

Noi di Chelli llà siamo entrambi restauratori, ed ogni volta che visitiamo un museo oltre che osservare l’opera dal punto di vista estetico, sbirciamo (quando possiamo) il retro ed osserviamo con attenzione tutte le minuzie tecniche. Perciò ci siamo detti: “per noi è normale sapere cosa c’è sotto, condividiamolo!”.

Dunque eccoci qua, nel video che abbiamo girato e postato qui sopra potete vedere com’è fatta praticamente una tavola dipinta, mentre continuando a leggere cercheremo di spiegarvi in maniera più approfondita alcuni aspetti.

Il supporto

Partiamo da quella parte che si vede e non si vede ma alla quale in pochi fanno attenzione.

Prima di tutto, cerchiamo di capire perché un artista ha scelto di dipingere su legno e non su pietra ad esempio o carta o tela. Il legno si presta ad una facile lavorazione, ed unisce una buona elasticità e resistenza al degrado, inoltre era un materiale facilmente reperibile e relativamente poco costoso.

Per realizzare una bella tavola dipinta c’è bisogno ovviamente di una bella tavola in legno, generalmente i legni più utilizzati sono il pioppo e la quercia (soprattutto in nord Europa), ma si trovano anche tavole in castagno, noce ed abete. Il taglio della tavola è fondamentale, le tavole “radiali” ( in termini semplici sono quelle tavole che viste in sezione presentano un venatura più verticale e parallela possibile, in termini tecnici sono tavole che in sezione tagliano perpendicolarmente gli anelli del tronco) sono le migliori ed incorrono in minori deformazioni nel tempo, la più tipica è l’imbarcamento.

Assemblaggio del supporto

Se il buon committente ha richiesto un dipinto dalle dimensioni ridotte, il nostro artista avrà preso la sua bella tavola intera, l’avrà tagliata a misura e andrà avanti, ma se il dipinto fosse molto grande?

A questo punto dunque, era necessario assemblare le varie assi per raggiungere la dimensione desiderata. In base alle esigenze del nostro artista, le tavole venivano unite in verticale ( più raramente in orizzontale in quanto l’artista esperto sapeva bene che assemblare le assi in questo senso portava ad una cattiva conservazione dell’opera) utilizzando pochi semplici strumenti.

Dopo aver tagliato a misura e piallato lo spessore delle assi, si realizzavano dei fori dove venivano inseriti dei “perni” in legno, chiamati cavicchi se di forma circolare o ranghette se di forma rettangolare e successivamente il tutto veniva incollato con colla animale. Per fissare con maggior tenacia le assi e limitare l’apertura delle “commettiture” (le giunzioni delle assi), alcune volte venivano inserite sul retro, delle farfalle in legno.

Nel tempo hanno tentato innumerevoli esperimenti per limitare i movimenti del legno divenuti però deleteri, come ad esempio i telai perimetrali in legno inchiodati sul retro.

Dovete sapere infatti che il legno, anche se molto antico e stagionato, è “vivo” e si muove. Quindi se tentassimo di bloccare questi movimenti naturali, inevitabilmente si creerebbero delle forze contrarie ai blocchi imposti. Di conseguenza nel tempo si formeranno delle fenditure che inevitabilmente si vedrebbero anche sulla superficie pittorica.

Prima di passare alla preparazione, le assi assemblate venivano quindi piallate sul fronte per ottenere un buon piano.

Preparazione del supporto

Qui si apre quasi una prateria di casi, gli artisti hanno sperimentato numerose soluzioni nella preparazione dei supporti, noi vi esporremo la classica “gesso e colla”.

Per prima cosa si stendeva sulla tavola una mano di colla di coniglio,di solito in rapporto di 1:10. EH!?, si sappiamo che lo avete pensato, la colla di coniglio è ottenuta dalla lavorazione degli scarti della macellazione di animali vari (forse lo spiegheremo meglio un giorno), mentre il rapporto di 1:10 è riferito alla quantità di acqua e colla presenti nella preparazione, 1 di colla e 10 di acqua.

A questo punto si poteva decidere se, ricoprire la tavola per intero con una tela incollata (tecnicamente incamottatura) o se incollare delle strisce di tela solo in corrispondenza delle “commettiture”. In genere l’incamottatura totale della tavola era pratica comune nel medioevo. Col tempo, e sopratutto con l’avvento della tela, le tavole erano sempre meno richieste. Questo portava al maggior risparmio nella fasi di lavorazione. In poche parole la scelta spettava all’artigiano, dettata dall’esperienza, ma anche dalle tempistiche e dall’aspetto economico.

Nel video l’abbiamo applicata soltanto lungo le giunzioni delle assi (per comodità). Quest’operazione serviva a limitare i movimenti del legno e ad impedire l’apertura delle “commettiture”.

Asciugata la colla, si procedeva con la stesura di diverse mani di una mestica formata da colla e gesso. La colla resta sempre quella di coniglio, mentre il gesso in questione è quello di Bologna, dall’aspetto polveroso è bianco ed inerte.

Gli strati di gesso ad asciugatura ultimata risultano molto resistenti e levigabili con una discreta facilità; la levigatura fa ottenere all’artista una superficie liscia e rigida sulla quale poter dipingere.

Il disegno

Per quanto riguarda il disegno, possiamo dirvi che si tratta di una parte dell’opera interessantissima ma che pochissimi hanno l’opportunità di vedere.

Per vedere il disegno preparativo dell’opera infatti abbiamo le seguenti possibilità:

  • vedere i bozzetti preparatori dell’artista, generalmente realizzati su carta (ma non sono il disegno presente sotto il dipinto);
  • entrare in un museo figo che ha esposto insieme all’opera anche le foto ai raggi IR del dipinto;
  • avere in tasca tutta l’attrezzatura per fare foto IR (i custodi vi guarderebbero malissimo);
  • essere restauratori, diagnosti, storici dell’arte o una figura che lavora nel campo dell’arte.

A proposito di restauratori in questo articolo vi parliamo di alcuni preconcetti che la gente ha di noi 7 preconcetti sul restauro

Quello che possiamo dirvi comunque, è che il disegno preparatorio veniva realizzato o meno a discrezione dell’artista, e sempre a sua discrezione veniva eseguito nelle maniere più disparate e con gli strumenti più vari (carboncino, sanguigna, pennello, ecc.).

Il dipinto

Siamo arrivati finalmente alla parte che tutti possono vedere e che tutti ammirano.

La parte dipinta poteva essere eseguita, a seconda delle esigenze e delle preferenze, con diverse tecniche, come ad esempio la tempera all’uovo, o l’olio. Nel nostro video abbiamo utilizzato i colori ad olio, sempre per comodità, in quanto si trovano già pronti in tubetto.

I poveri artisti, prima dell’Ottocento però, erano costretti a preparare i propri colori; dato che non esistevano i tubetti in stagno o plastica, i pittori miscelavano i vari pigmenti con il legante (tuorlo d’uovo, colla, olio siccativo, ecc.) volta per volta. Beati noi!

Infine, sempre a discrezione dell’artista, si stendeva sul dipinto una o più mani di vernice trasparente. Esistono diversi tipi di vernici (ai giorni nostri anche sintetiche), tutte quante con finalità estetiche e protettive per il film pittorico ma ognuna con effetti differenti.

Il dipinto è così terminato e giunti alla fine di questo primo articolo “com’è fatto”, speriamo che vi sia piaciuto. Col tempo ne scriveremo molti altri e continueremo a condividere le nostre conoscenze con voi! Commentate e chiedeteci tutto ciò che volete.

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